Stop Dinamici

Viaggio intorno all’arte di un toscano irriverente.

Il nostro è un mondo nuovo di zecca, fatto di subitaneità.

Il tempo è cessato, lo spazio è svanito.

Ora noi viviamo in un villaggio globale, in un avvenimento simultaneo.

(Marshall McLuhan, Understanding media, 1964).

 

Arrivi e ti accoglie un paesaggio incantevole, di quelli che hanno animato e che ancora oggi animano tanta parte della pittura toscana. Un tripudio di verdi e marroni distribuiti con pennellate sapienti dalla mano della natura, un odore di terra, ancora umida sotto un sole debole, che ti fa pensare alla ciclicità di cose antiche che accadono da migliaia e migliaia di anni. Osservi tutto questo e pensi sia vero che esiste un'anima dei luoghi che si perpetua in coloro che vi abitano, influendo sulle loro scelte di vita, come su quelle che riguardano la creatività artistica. Un'intuizione che si rafforza appena entrati nello studio, dove Giulio mi mostra i suoi ultimi lavori. La sorpresa è grande. Conosco già i tanti volti della sana inquietudine sperimentale che lo spinge a sfidare se stesso di continuo per dare un senso profondo al suo lavoro; eppure riesce sempre a stupirmi, proponendo ogni volta qualcosa che diresti nuovo pur essendo in piena continuità con la sua ricerca. Ritrovo i “miti” e gli “eroi”, il Golem, lo Spillone, le tante ibridazioni fantastiche che abitano le tele e i fresati quali immancabili protagonisti di un racconto a episodi; ritrovo i simboli, a cui da sempre guarda come strutture fondative della memoria antropologica su cui poggia la nostra civiltà mediterranea; ritrovo, soprattutto, la presenza silenziosa delle forme e degli oggetti che indicano una sempre maggiore attenzione ai valori materici, quasi una contaminazione tra pittura e scultura, tra i materiali poveri, vessilli del lavoro umano e della cultura contadina, e i timbri nettamente contemporanei del colore e del segno. Allo stesso tempo si avverte con chiarezza che qualcosa è mutato; il vento fresco di una nuova esperienza increspa le superfici fino a scuoterle nel profondo. Non è difficile individuare le ragioni all'origine di questo cambiamento: dove il groviglio segnico s'infittisce meno furiosamente, lo sguardo è in grado di riconoscere alcuni caratteri della scrittura cinese, che, per quanto oscuri nei significati, in questo contesto acquistano un aspetto familiare, come se facessero già parte della sua complessa grammativa visiva, anche se rimasti per lungo tempo allo stato embrionale. Un viaggio in Oriente? La conferma non tarda ad arrivare. Vengo a sapere che da qualche tempo Giulio si dedica allo studio degli ideogrammi, cosa che non mi sorprende vista l'importanza che da sempre il segno riveste nella sua pittura. Ciò che mi colpisce invece è il modo in cui questo nuovo elemento diventa fin da subito parte di un tutto e non un tema dominante che prevarica sulla visione d’insieme. Questa coralità dei fattori espressivi che convivono sinergicamente sul breve spazio del supporto mantenendo ciascuno la propria ricchezza semantica, mi fa pensare al concetto di “villaggio globale”, ovvero una realtà che, se pur circoscritta, è luogo di continui contatti, influenze e confronti tra gli elementi che ne fanno parte e che sono legati l'uno all'altro da un rapporto di intima connessione. In altre parole, lo specchio della nostra epoca, che aspira alla totalità, alla coesione, all'azzeramento delle distanze fisiche, culturali e linguistiche per ricondurle entro una rinnovata idea di comunità. Mi tornano in mente le parole di Marshall McLuhan, secondo cui viviamo «l'era della velocità elettrica che mescola le culture della preistoria con i sedimenti delle civiltà industriali, l'analfabeta con il semianalfabeta e con il post-alfabeta». Sposto lo sguardo verso le tele, sempre più aperte al transito incessante di segni e simboli, figure zoomorfe e antropomorfe provenienti da un'era lontana o derivanti da chissà quale incredibile mutazione genetica, e immagino che sia il melting pot dettato dalla forza elettrica di cui parla McLuhan a motivare la loro natura labirintica. Secondo la teoria dello studioso canadese, l'uomo del nostro tempo si riscoprirà parte attiva e coinvolta della società in cui vive solo quando «il suono di tamburi tribali tornerà a farsi sentire nell'aria», quando cioè il superamento degli individualismi e di un'errata idea di progresso ci consentirà di ristabilire la perduta unità tra soggetto e oggetto, natura e cultura, pensiero e sentimento. All'artista spetta il compito di farsi mediatore in questa difficile fase di transizione: egli può «scrivere una minuziosa storia del futuro perchè è la sola persona consapevole della natura del presente». Se non fosse stato sostenuto da questa “consapevolezza”, probabilmente Giulio Galgani non avrebbe rinunciato alle rassicuranti certezze della rappresentazione pittorica per correre i “rischi” di una dimensione spaziale conclusa ma dinamica, più incline all'instabilità che all'equilibrio, rispetto alla quale anche l'occhio è portato a muoversi freneticamente da un punto all'altro, alternando momenti di breve pausa a improvvise ripartenze. Non si tratta però di una corsa in qua e in là per afferrare un significato che sfugge, perchè nella continua dialettica tra ordine e disordine, uno e molteplice, si riflette l'eterogeneità degli odierni sistemi comunicativi. Di fronte alla natura caotica e frammentaria dei linguaggi contemporanei, ha senso ripartire dal segno, che nella sua semplicità archetipica è in grado di dire con immediatezza ciò che la parola può soltanto spiegare. Segni reiterati con un ritmo ossessivo, anche nei lavori più recenti, in cui il campo pittorico si restringe per farsi cornice di un materiale recuperato e applicato sul supporto senza particolari interventi. Giulio non è nuovo alla fusione tra colore e materia - penso ai fresati -, né al fatto di inserire nell'organismo compositivo oggetti che acquistano una precisa valenza simbolica una volta prelevati dal quotidiano: memorie, reperti di natura, esempi di un “non detto” che attende di essere spiegato. Le ultime realizzazioni assumono una morfologia più complicata, ponendo la realtà dipinta e la realtà della materia non sempre sullo stesso piano. A volte si ha l'impressione che segno e colore indietreggino al cospetto di un materiale che sentono estraneo e che senza discrezione occupa il centro della scena. Altre volte, invece, invadono tutta la superficie, riportando l'elemento materico alla funzione di supporto. E’ un gioco di alternanze in cui la materia è colore e il colore è materia: questo insegna l’esperienza informale di Burri. Il nero opaco dei brandelli di pneumatico è già colore, come lo sono le macchie e gli scarabocchi che ne rivelano la provenienza: quanti asfalti arsi dal sole avranno percorso, quanti chilometri di verde che ormai giace sotto colate di catrame? Eppure nell'invenzione artistica avviene che anche il più vile dei materiali sia riscattato dalla sua condizione per diventare una zolla di terra su cui rinasce la vita, così come accade che la bellezza schietta, primordiale di una lamina metallica e delle sue ossidazioni faccia pensare alla forza di un guerriero antico mentre infuria la battaglia. E che dire dei Paesaggi evasi, che ieri erano custodi della sua “vocazione” materica e che oggi strizzano l'occhio alla pittura per vestirsi di colore? Non sono forse l’ennesima dichiarazione di libertà dalle regole già scritte, dalle categorie prefigurate? Un modo per ricordarci che “creare” fa rima con “giocare” non solo per un fatto di suoni, e che nell’arte, come nella vita, il gioco è una cosa seria. Nel caos del suo studio, vero e proprio laboratorio in cui avvengono favolosi innesti e trapianti tra specie, Giulio escogita un sistema per chiudere le “ferite” dell'arte. Un'operazione chirurgica senza particolari traumi, sempre accompagnata dal sorriso di chi, come lui, non teme di confrontarsi con i tabù della storia artistica del Novecento. «Fontana ha tagliato la tela - afferma - io la richiudo con una cerniera!». Un tentativo di riportare l'attenzione sulla superficie, sui valori della pittura, su un'idea di tempo e di spazio che a lungo hanno condizionato la nostra vita e che oggi, invece, sembrano comprimersi, se non del tutto svanire, nel grande vortice della società globale.

 

Daniela Pronestì

 

 

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